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"L’ultima missione della Corazzata Roma"
Di
Agostino Incisa Della Rocchetta

CAPITOLO III

L'amico di ieri - il nemico d'oggi

Fino alla sera dell'8 settembre, sulle navi ci si prepara all'ultima battaglia

Il giorno 7 settembre, a bordo, si aveva la certezza che il nemico stesse per scatenare una azione di forza contro le nostre coste del Basso Tirreno: in Calabria, Campania o Lazio.

Eravamo certi che tutte le Forze Navali sarebbero state chiamate a contrastare lo sbarco e pensavamo che un nucleo di 6 corazzate (le 3 da 35.000 più Cesare, Doria e Duilio) insieme a tutti gli incrociatori efficienti e ad una non trascurabile scorta di siluranti avrebbe messo in grave crisi il nemico se il nostro intervento fosse avvenuto nel delicato momento dell'inizio dello sbarco. Però avevamo coscienza che sarebbe stato l'ultimo scontro navale e che le sue sorti non potevano che esserci fatali.

Infatti durante tutto il periodo di 3 anni di guerra la cooperazione aeronavale era stata pressoché nulla: la scorta di aerei da caccia ai convogli era stata scarsa, discontinua, se non assente del tutto; altrettanto si poteva dire per la scorta alle Forze Navali. Per le scorte ai convogli venivano ancora impiegati i Fiat CR 42, biplani maneggevoli ma troppo lenti e assolutamente sorpassati, privi di comunicazione radio e dotati di scarsa autonomia. Avevamo notato che essi potevano mantenersi sul cielo delle navi per poco più di un'ora, dopo di che erano costretti a rientrare alla base ed essere sostituiti. Non sempre il cambio della guardia avveniva correttamente, perché gli aerei, a corto di benzina, non potevano attendere oltre un certo limite e se ne dovevano andare anche se quelli che dovevano dar loro il cambio non avevano ancora individuato la posizione delle navi: c'erano, quindi, sempre dei "buchi" nella scorta aerea.

Io non ricordo di aver visto più di 2 aerei da caccia destinati alla scorta di un convoglio e nelle missioni della squadra non ho mai notato ciò che si definiva pittorescamente "un ombrello aereo".

Bisogna, purtroppo, riconoscere che la collaborazione con i tedeschi quando, talvolta, la scorta era affidata a loro, era più concreta: ogni cacciatorpediniere destinato alla scorta dei convogli aveva a bordo un piccolo nucleo di radiotelegrafisti della Luftwaffe e i collegamenti con gli aerei funzionavano. Inoltre, gli apparecchi destinati alla scorta erano i Messerschmitt Me 110, bimotori che avevano più del doppio della potenza dei nostri apparecchi, poiché disponevano di quei Daimler-Benz a 12 cilindri invertiti, a raffreddamento a liquido, di cui furono dotati verso il secondo periodo della guerra i nostri Macchi 202 e Re 2.001 delle Officine Reggiane; monomotori, ad onor del vero, di caratteristiche brillanti.

Una volta, col Pigafetta e non so più quale altro caccia della classe "Navigatori", stavamo scortando 2 vecchie carrette asmatiche, quando fummo sorvolati ad alta quota da un quadrimotore che contro il cielo appariva come una sagoma diafana, quasi inconsistente. Subito i 2 Me 110 partirono al suo inseguimento, salendo quasi "a candela" perché avevano una notevole velocità ascensionale, e noi stemmo felici a guardarli finché disparvero ai nostri occhi assieme all'inseguito che fu abbattuto, a quel che ci dissero; dopo pochi minuti i 2 erano di nuovo sulle nostre teste.

Adesso su cosa potevamo contare come scorta aerea? Abbiamo visto che l'Amm. Sansonetti, ancora l'8 settembre alle 13.30 assicura a Bergamini che potrà disporre di una scorta di 10 aerei italiani e 20 germanici.

La prospettiva di avere alle dirette dipendenze delle FF.NN. da Battaglia 20 o 30 apparecchi da caccia era, quindi, incoraggiante, ma noi sapevamo che, ormai, gli angloamericani disponevano di un potenziale aereo di almeno 5 volte superiore al nostro.

Saremmo riusciti a giungere al contatto balistico col nemico?

Se ci fossimo riusciti avremmo certamente scompaginato l'organizzazione delle operazioni di sbarco, poiché una parte delle nostre navi, le corazzate e gli incrociatori avrebbero impegnato le corazzate e le portaerei nemiche, mentre il nostro naviglio sottile avrebbe attaccato i mezzi da sbarco, lenti, vulnerabili ed armati solo di mitragliere. Ma le nostre siluranti avrebbero dovuto vedersela prima con quelle nemiche che, certamente, avrebbero fiancheggiato i natanti carichi di truppa, di mezzi corazzati e di cannoni terrestri.

Pensavamo che il rischio maggiore che si correva sarebbe stato rappresentato dagli aerei (bombardieri in quota e in picchiata, aerosiluranti) che avrebbero potuto impedirci il contatto con il nemico affondando gran parte della nostra formazione, danneggiandone altra parte, se non avessimo avuto un intervento cosi massiccio, pronto ed efficace della nostra caccia, tale da impedire, o almeno limitare al massimo, l'attacco aereo angloamericano.

Certo, almeno la parte più sensibile ed evoluta dei nostri equipaggi preferiva il combattimento anche se si sarebbe risolto in una dura sconfitta, anche se avrebbe rappresentato la morte per molti, piuttosto dell'avvilente situazione di spettatori di una invasione del suolo patrio, pur avendo armi in perfetta efficienza capaci di contrastarla.

Senza dubbio l'idea dell'autoaffondamento, che era stata prospettata solo ai comandanti e forse era trapelata fra gli alti gradi degli ufficiali, non sarebbe dispiaciuta ai più, perché avrebbe rappresentato la salvezza della propria vita col sacrificio delle sole navi. Ma eticamente sarebbe stato un atto di viltà se compiuto per evitare il combattimento. Era giustificato, invece, se compiuto al fine di non consegnare le navi al nemico o di impedire all'ex alleato di impossessarsene. Ma fino alle 19.45, quando fu diffuso per radio e attraverso la "rete degli ordini collettivi" sulle navi maggiori il proclama di Badoglio che annunciava l'armistizio, gli ufficiali inferiori, i sottufficiali e gli equipaggi erano orientati in una sola direzione, ad un solo fine: l'ultimo combattimento.

Il proclama fu quindi una sorpresa stupefacente; tutto veniva capovolto: niente più scontro col nemico al largo di Salerno, niente più ultima battaglia. L'Italia ha chiesto l'armistizio. Alla tensione nervosa subentra uno stato di prostrazione e di stupore: la notizia della resa troncava quello stato di esaltazione misto a preoccupazione per l'imminenza di un epilogo fatale che era in noi fino a quel momento.

Si era all'imbrunire e la giornata era stata un viavai continuo di bettoline della nafta, dei viveri, delle munizioni, un movimento continuo di ufficiali di ogni grado, di sottufficiali e di marinai che dalla Italia imbarcavano da noi, perché l'Amm. Bergamini aveva deciso di passare il Comando in Capo delle FF.NN. da Battaglia sulla Roma. Oltre a 41 ufficiali, il personale addetto al Comando in Capo si componeva di ben 179 persone fra sottufficiali, sottocapi e comuni.

Michele Scotto, il guardiamarina che era di guardia, non sapeva come dividersi fra barcarizzo di prora e di poppa, per rendere gli onori agli ufficiali, istradare il personale che imbarcava, dirigere l'ormeggio ed il disormeggio delle bettoline, dare disposizioni ai motoscafi. alle motobarche, alle diesel-barche. Malgrado tutta la sua buona volontà, il C.F. Cableri, comandante in 2ª della nave, gli aveva fatto collezionare qualche settimana di arresti (che scontò abbondantemente, come vedremo).

Il proclama del Maresciallo Badoglio era stato trasmesso da appena un quarto d'ora che nel cielo, ormai tra il bleu intenso ed il violetto, cominciarono ad accendersi centinaia di fuochi d'artificio: bengala di ogni colore sparati con pistole da segnali, raffiche di mitragliere che disegnavano arabeschi con le codette luminose, anche qualche granata antiaerea: una Piedigrotta che faceva tristezza e vergogna, scatenata dal personale delle batterie di terra. Una dimostrazione dell'interpretazione grossolana, ma ingenua che quel personale, per lo più formato da richiamati, aveva dato al proclama di Badoglio:

"La pelle è salva, si torna tutti a casa".

Mi si avvicinò con scarsa sensibilità un capo-pezzo dei 90 e mi chiese se potevamo unirci anche noi alle manifestazioni di gioia. Gli risposi che se ne guardasse bene; che tenesse presente che la guerra era finita, si, ma con la nostra sconfitta, e che se per tutti o quasi poteva voler dire riunirsi alla famiglia, era un evento doloroso che avrebbe pesato non solo sul morale ma anche sulle condizioni economiche e fisiche della Nazione, di ciascuna delle nostre famiglie, di ciascuno di noi.

Anche gli altri ufficiali fecero opera di persuasione perché non ci si abbandonasse ad atti di gioia e, a dir il vero, l'equipaggio si comportò con dignità. Mi fu detto, molti anni dopo, che avvenne qualche piccola manifestazione chiassosa ma io non assistetti a nulla del genere.

Vale la pena di ricordare un piccolo episodio che dimostra il carattere simpaticamente irruente e focoso dell'allora C.F. Uguccione Scroffa, comandante del c.t. Fuciliere. Quella sera dell'8 settembre stava con la sua nave in rada, pronto ad uscire all'ordine del Comando in Capo delle FF.NN. da Battaglia. Arriva nelle vicinanze del Fuciliere uno di quei vaporetti che fanno servizio di collegamento tra la città di La Spezia ed i paesetti del golfo: San Terenzio, Lerici, da un lato; Porto Venere dall'altro. La gente sul vaporetto era in tripudio per la notizia della cessazione delle ostilità e mentre la piccola nave passava in prossimità del caccia, tutti i passeggeri affollati sul lato verso di esso, applaudivano e gridavano e il vaporetto era tutto sbandato da quel lato. Alla vista di questa scena Scroffa, furioso, dà ordine agli armamenti delle mitragliere di puntare le armi sui passeggeri del vaporetto, i quali, terrorizzati, scappano tutti dall'altra parte e il battello si allontana tutto sbandato di là...

Piuttosto imbarazzante per noi, invece, l'esecuzione dell'ordine di sbarcare il personale della Luftwaffe destinato al collegamento con l'Aeronautica tedesca. L'ufficiale che lo comandava aveva simpatizzato con i colleghi italiani, era in ottimi rapporti con taluni dei più giovani di essi e riuscì ad accomiatarsi con dignitosa cordialità dai suoi amici. Le facce dei suoi subalterni erano però un misto di odio, avvilimento e incertezza per l'immediato futuro.

Alle 22, dopo la telefonata dal Ministro e Capo di S.M. della Marina de Courten, Bergamini convoca ancora una volta gli ammiragli e i comandanti e comunica che il personale tedesco che si trovava sulle navi è stato sbarcato, conferma le istruzioni del pomeriggio e dice di non sapere ancora quali ordini sarebbero stati dati alle FF.NN. da Battaglia: se rimanere in porto o andare in Sardegna o altrove. Aggiunge che gli ordini relativi sarebbero probabilmente venuti dopo la convocazione dell'Amm. de Courten da parte del Maresciallo Badoglio, prevista per l'ora in cui si stava svolgendo appunto l'attuale riunione. Egli si riprometteva di trasmettere nuove istruzioni l'indomani mattina.

 

 
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